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Milan Chievo "L'Editoriale"
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di Beppe Vigani

 Ci risiamo. Non starò certo a rimarcare i disastri arbitrali di domenica scorsa, ma vorrei porre l’attenzione sull’ennesima aberrante, stucchevole, inutile trovata dell’Uefa, che sta diventando l’ufficio complicazioni del calcio. Il match di domenica scorsa, Catania-Juventus, diretto con personalità discutibile dall’arbitro Andrea Gervasoni il quale, con il giudice di porta nell’occasione, Nicola Rizzoli, e il segnalinee Luca Maggiani, ha gestito la sit-com Gonzalo Bergessio come peggio non poteva. Michel Platini, presidente Uefa, con passato illustre da giocatore, sta menando il torrone che, il gioco del calcio, non deve avere ingerenze tecnico-televisive e quindi manda al pubblico ludibrio arbitri che, in alcune circostanze, non sono aiutati dalla buona sorte. Non è nostra intenzione stigmatizzare l’episodio in sé, ma la genesi che l’ha creato. I sei arbitri che devono gestire una partita (un direttore di gara, due segnalinee, il quarto uomo e due giudici di porta), secondo l’ex Le roi devono semplificare le incertezze che un match presenta. Qui casca l’asino. E’ possibile che interloquire tra di loro abbia provocato uno scollamento tale che alla fine tutti sono andati in confusione, risparmiando la Juventus da una momentanea sofferenza. Giuseppe Marotta, amministratore delegato del club bianconero, ha ammesso la bontà del gol dell’argentino etneo, ma ha fatto presente che loro “avrebbero vinto ugualmente”. Angelo Alessio, vice di Antonio Conte, ha invece sottolineato di come la Juventus avesse dominato la partita e quindi la questione non era da sottoporre. Mai come in questo caso fu più opportuno il silenzio. Abram Lincoln, XVI presidente degli Stati Uniti, a tal proposito coniò un adagio che gli scienziati bianconeri avrebbero dovuto interpretare alla lettera: “Meglio tacere e passare per idiota che parlare e dissipare ogni dubbio”. Tornando a piedi uniti sul dubbio amletico moviola sì-moviola no, è bene fare un giro negli altri sport dove istant replay nel basket, TMO (Television Match Official) nel rugby od occhio di falco nel tennis hanno arricchito notevolmente l’oggettività di questi sport. Un oggettività che prende la strada della credibilità, che il calcio sta perdendo. L’occhio umano regala più sentimento e romanticismo allo sport, ma a certi livelli i discorsi deamicisiani trovano vicoli bui, strade senza uscite. Calciopoli, scommesopoli, l’appassionato, il tifoso vuole più certezze, anche dalla classe arbitrale. Non parliamo di macchinazioni o complotti, Andrea Agnelli sbaglia a sentirsi accerchiato. E’ una questione di uomini, di errori, di episodi. Come dice Massimo Moratti “la Juventus è cambiata e nessuno ha intenzione di rivivere quel 2006 che a livello sportivo è stata una tragedia, anche se è bene non dimenticarlo”. Un appello: basta guardare chi arbitra le partite. Il nome del direttore di gara non si dovrebbe neanche sapere. E’ un vizio tutto italiano puntare il dito contro chi ha un fischietto in bocca. Per una volta almeno impariamo a parlare di calcio, accettare una sconfitta e non fidarsi di una vittoria. Non serve essere perbenisti per guardarsi una partita senza per forza discutere la decisione di un arbitro. Questione di punti di vista.


 

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