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Editoriale14
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Il tempo passa, ma è sempre Inter-Juventus. Da ragazzino sognavo a occhi aperti e mi bastava una lattina di aranciata per ripetere le gesta di Mazzola, Boninsegna, Anastasi, Bettega e prima ancora di Sivori, Charles, Corso, Jair. Attendevo quella sfida come il giorno più emozionante della mia vita. Si giocava di domenica. Rigorosamente di domenica. Al mattino per radio c’era il “Gambero” di Franco Nebbia, poi il pranzo e alle 13 tutti allo stadio. Era il derby d’Italia, da una parte c’era il potere, gli Agnelli con la loro Fiat, dall’altra l’Inter, con i suoi campioni ormai al tramonto. Quante battaglie, quante sfide, tanti dolori, ma anche qualche gioia. Erano gli anni dei Lo Bello, di Cestymir Vicpaleck (diventato famoso negli anni seguenti per essere lo zio di Zdnek Zeman, sulla panchina della Juventus) e dall’altra, Gianni Invernizzi, che aveva sostituito Heriberto Herrera. Finì 2-0 per i nerazzurri con gol di Boninsegna e Corso. Quell’anno l’Inter vinse l’undicesimo scudetto. Fu uno spettacolo bellissimo. Mi accorsi dopo che, nel bene o nel male, ogni partita tra queste due squadre avrebbe avuto qualcosa di particolare. Nel ’61, si ricorderanno i più attempati, l’Inter scese in campo con i ragazzini nel match che sarebbe costato loro lo scudetto. Cose che successero in un Paese governato da palazzinari e bottegai e che ridussero quel campionato in una querula da cortile. È solo uno dei tanti episodi: negli anni a venire succederà anche di peggio.  Negli anni ’70, a parte quella vittoria, l’Inter riuscì a vincere quasi sei anni dopo con una punizione di Bertini, ma prima di allora solo purghe.  Poi arrivò il ’79 e le cose cambiarono per i bauscioni che potevano fregiarsi del dodicesimo scudetto. In quegli anni studiavo il Canzoniere, del Petrarca: erano giorni spensierati, con la nebbia che penetrava negli occhi, che nascondeva le nostre angosce e mostrava le debolezze di una gioventù che stavamo sorseggiando. Bastava un golf, una giacca per fare le porte e poi tutti dietro a un pallone; chi arrivava prima a dieci vinceva. Tornavamo a casa luridi come topi, stanchi e felici, con l’odore della gioventù che non ti abbandonava mai. Anche questo era Inter-Juventus. In quel periodo era arrivato il terzo canale della Rai, non c’erano ancora le tv private e pochi avevano il televisore a colori. Le pubblicità le vedevi solo lì. Nei ruggenti anni ’70 il calcio si seguiva solo alla radio, per giunta solo il secondo tempo in diretta, e alla sera alle 19 c’era la differita di un tempo del match più interessante. Si poteva leggere Gianni Palumbo, Gianni Brera e Gualtiero Zanetti. Era la Milano da bere del bar Zucca e delle contestazioni giovanili, degli anni di piombo. Sono passati trent’anni da allora, c’è stato l’11 settembre, lo tsunami, una decina di guerre e altrettanti terremoti. Anche Scommessopoli e Calciopoli. Ci sono meno bambini nei parchi, ci sono i computer e i videogiochi. C’è internet e c’è la tv satellitare. Siamo tutti più grandi e più stanchi. Eppure non è cambiato nulla. Perché, nonostante il tempo passi, è sempre Inter-Juventus.


 

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