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“A MILANO MI SENTO A CASA”

Raycroft, portiere rossoblu, fa il bilancio dei suoi primi due mesi milanesi

di Debora Cheli

 Il mestiere del goalie è uno dei più duri che si possa immaginare. Non solo la squadra intera dipende dalle prestazioni dell'estremo difensore, le cui scelte talvolta possono vanificare il lavoro dei cinque giocatori di movimento, ma la buona riuscita di un incontro poggia per l’80-90% sulle sue larghe spalle imbottite. Ed è solo come non mai quando un disco sfugge al controllo del reparto arretrato e sfila fra i suoi gambali, trafiggendo beffardo quel pertugio impossibile. Tu puoi essere lo sportivo più forte del mondo eppure tutto il tuo valore si gioca in poche frazioni di secondo, lo spazio fra il tiro e la traiettoria che prende quel proiettile di caucciù. Uno scatto, un gesto d'istinto della stecca, un rimbalzo poco riuscito e la vittoria va a farsi benedire.

Per anni i portieri di hockey su ghiaccio sono stati considerati come mezzi matti. Perché solo un pazzo può scegliere di difendere quella piccola gabbia da cui dipendono le sorti di tutto il team, a volte rischiando letteralmente la pelle. Eppure Andrew Raycroft, fin da bambino, non ha mai avuto dubbi: da grande sarebbe diventato un goalie. Ora è il portiere titolare dell'Hockey Milano Rossoblu, ha 32 anni ma ha già una lunga esperienza sui ghiacci americani e quest'anno affronta il suo primo campionato italiano. Nel suo curriculum annovera ben cinque stagioni fra le fila dei Boston Bruins, due a Toronto, una in Colorado e a Vancouver. Tutte squadre di punta della NHL, il massimo campionato di hockey d'oltreoceano. Adesso ha scelto di giocare a Milano e anche se gli mancano molte cose del suo Canada, qui si sente un po' come a casa.

Come giudica la tua esperienza milanese?

Devo dire che per il momento sono molto contento di come sta andando, è un'esperienza esaltante. Ho scelto di giocare qui perché Milano è una bella città, tutti ne parlano dalle mie parti come di un posto in cui ci si diverte molto ed è così. In più c'era l'opportunità di poter giocare a hockey su ghiaccio quindi ho accettato subito.

Cosa ne pensa dei tuoi compagni di squadra?

E' un gruppo di ragazzi fantastici, tutti i giocatori sono brave persone e l'organizzazione del team è ottima. Chiaramente ci vuole del tempo per fare funzionare le cose e devo dire che stiamo crescendo. Penso che possiamo avere buone possibilità in campionato.

E’ contento delle tue prestazioni in campo fino ad ora?

Penso di aver giocato abbastanza bene, poi è anche vero che stiamo migliorando ad ogni incontro e speriamo di continuare su questa strada. Mi trovo bene qui e spero di restare anche l'anno prossimo.

Quali sono state le maggiori difficoltà che lei ha incontrato nel tuo trasferimento?

Nessuna in particolare, in fondo non ci sono molte differenze, sono un portiere e il mio scopo è lo stesso ovunque: cercare di fermare i tiri avversari e fare il meglio che posso per la mia squadra. Ci metto lo stesso impegno qui che in NHL. Anche la professionalità degli arbitri è identica. Così come il lavoro del coach Da Rin o dello staff, sono tutti molto competenti e professionali.

Si aspettava così tanta partecipazione dei tifosi?

Sinceramente, sono rimasto positivamente sorpreso del calore dei tifosi: davvero è impressionante. Non immaginavo che il tifo del Milano fosse così colorato e presente, è un bello spettacolo. In NHL ci sono gadget di ogni tipo, figurine dei giocatori, c'è molto seguito ma non esiste il concetto di curva. E' bello vedere una folla urlante e festosa a ogni partita.

Parliamo della sua carriera, a quale squadra fra quelle in cui hai giocato sei più affezionato?

Ho giocato per grandi squadre in tante città e sono state tutte delle esperienze interessanti, molto diverse fra loro, ma sicuramente direi Boston. E' il team dove ho iniziato a giocare a hockey, a Boston ho incontrato mia moglie, insomma guardando indietro posso tranquillamente affermare che è stata la mia esperienza preferita.

A quale portiere lei si ispirato di più?

Quando ero molto più giovane il mio goalie preferito era Patrick Roy, era il miglior portiere in quegli anni, ha vinto due Stanley Cup, un idolo. Per noi l'hockey è come il calcio qui in Italia. Diventare un giocatore era il sogno di tutti i ragazzini in Canada e le prestazioni di Roy sono state fonte di grande ispirazione per me. Ho scelto di diventare goalie anche grazie a lui, ma soprattutto perché era l'unica cosa in cui ero bravo.

Parlando di sport, si interessa a qualche altra disciplina che non sia l'hockey?

Adoro guardare le partite di calcio, sono persino andato a San Siro qualche volta, a vedere il derby per esempio, o la Champions League. Mi piace anche guardare il golf e il football americano, ma sono un amante dello sport in generale. Anche se con gli allenamenti ho poco tempo libero, in estate mi piace molto praticare il golf, mi rilassa.

Ha visitato un po' l'Italia?

Ho avuto l'occasione tre anni fa di andare a Venezia e a Roma con mia moglie, adesso aspettiamo ancora un paio di mesi e poi ci piacerebbe tornare a viaggiare per conoscere il vostro Paese.

Cosa le manca del Canada?

Sarò banale, ma mi manca la famiglia, gli amici. Insomma le solite cose. E poi andare al cinema, qui è un problema per via della lingua. Ma mi sto impegnando a imparare l'italiano. Per ora so chiedere caffè e brioche al bar, è già qualcosa. Almeno non rischio di morir di fame!


 

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