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Inter Palermo n 45 "la partita"
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Strama troppi errori in 5 incontri

Contro il Palermo a gennaio si sbloccò Milito e i suoi gol oggi valgono oro

di Emanuele Tramacere  Un punto in tre partite, con due sconfitte esterne e un pareggio casalingo, possono bastare per parlare di piccola crisi? La risposta, nonostante il dispiacere dei supporter nerazzurri, è assolutamente affermativa. L’Inter è in crisi, sotto almeno 4 punti di vista: condizione atletica, condizione mentale, mancanza di fantasia e mancanza di alternative all’altezza. Vista dall’esterno ed escludendo il cartellino “FC INTERNAZIONALE” sulla porta d’ingresso dello spogliatoio, una simile condizione scatenerebbe la facile associazione di queste caratteristiche a una squadra “da retrocessione”. Una squadra non attrezzata per stare in alto in classifica e con queste qualità, tuttavia, non sarebbe definibile “in crisi”, bensì semplicemente in lotta per i propri obiettivi cosciente dei propri limiti. Dopo la serie ininterrotta di risultati utili consecutivi, culminata con la gloriosa vittoria allo Juventus Stadium di Torino e con il passaggio del turno in Europa League ipotecato con la vittoria di Belgrado, purtroppo, il motore dell’Inter (utilizzando una metafora motociclistica) ha clamorosamente grippato. Le partite contro Atalanta, Cagliari e Parma si sono rivelate dei passaggi a vuoto che hanno compromesso il ritmo da prima della classe, minacciando l’integrità dell’intero ingranaggio, rendendo obbligatorio un completo check up da parte dell’allenatore romano Andrea Stramaccioni. La partita contro il Parma, in realtà, ha evidenziato in un colpo solo tutte le difficoltà che Stramaccioni avrebbe potuto incontrare in questo difficile percorso. Per la prima volta, infatti, la squadra ha mostrato una componente che, finora, non aveva mai palesato: la stanchezza. Per la prima volta, inoltre, il tecnico romano non è stato in grado di porre un rimedio alle carenze mostrate dall’undici messo in campo dal primo minuto. Riassumendole in un’unica parola, tuttavia, tutte le incognite dei nerazzurri si possono racchiudere, come da sempre nel gioco del calcio, all’interno del cerchio di “centrocampo”. Il reparto che deve collegare le due fasi di gioco, che deve essere atleticamente vivo e mentalmente attivo, il settore che deve dare fantasia e respiro a tutta la squadra è a tutti gli effetti con l’acqua alla gola. Cambiasso, Zanetti e Gargano, dopo aver vissuto una seconda giovinezza in questo inizio di campionato, hanno acceso la spia della benzina a causa dell’eccessivo tour de force cui sono stati costretti dalla mancanza di alternative valide sia sul piano del palleggio che, a causa dei numerosi infortuni, sul piano meramente numerico. In tutto questo, cosa c’entra il Palermo? La gara contro i rosanero dell’ex Gasperini diventa a tutti gli effetti l’occasione della svolta, l’opportunità di testare sul campo le contromosse a queste quattro problematiche che stanno attanagliando la rosa nerazzurra ed il suo tecnico. Le notizie che provengono dall’infermeria (e dai piani alti della società) non consentono a Stramaccioni di ampliare il parco giocatori a sua disposizione.

Largo quindi ad uno schieramento a specchio con il 3-4-2-1 dei rosanero contrapposto al 3-4-1-2 nerazzurro. Entrambe le squadre saranno prive, per squalifica, del loro uomo di maggior fantasia. Né Fabrizio Miccoli, né Antonio Cassano, infatti, potranno essere della partita e, inevitabilmente, la doppia assenza sposterà la chiave tattica del match nel già contestato reparto mediano. In una gara che in passato ha saputo regalare caterve di gol e piogge di “over” sembra quasi paradossale tirare per la giacchetta la solidità difensiva. Eppure l’entusiasmo guadagnato dal Palermo nella vittoria del derby contro il Catania può essere contrastato principalmente con una maggiore compattezza nei reparti aggiunta ad una grande quadratura tattica della squadra. Stramaccioni dovrà dimostrare di meritarsi, ancora una volta sul campo, gli ingombranti paragoni con i santoni del passato e della storia interista. Saprà il tecnico romano fare di necessità virtù, sconvolgendo alcuni dei dogmi che hanno accompagnato la sua pur breve carriera in favore di una squadra dedita al sacrificio più che al bel gioco? La strada è in salita, ma proprio dal passato e dall’Inter di Herrera e di Mourinho arriva la conferma più importante: è con la sofferenza (e non con il bel gioco) che l’Inter ha conquistato le vittorie più grandi.


 

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