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Parla il capitano

Tommaso Migliore applaude il suo coach e spiega che alla squadra manca un pelo d’etichetta per arrivare alla pari con l’Egna

di Beppe Vigani

Tommaso Migliore. Basta il nome. Sembra uno slogan, ma quello che il ghiaccio racconta ultimamente fa ben sperare. Figlio di Ico Migliore (il sottoscritto lo ricorda bene a Valpellice, Bolzano, Varese e, infine, al Milano), capitano della nazionale degli anni Ottanta e addirittura quattro Mondiali alle spalle. Un’autentica icona dell’hockey ghiaccio italiano. I più attempati se lo ricordano molto bene. Ma ora il futuro è lui, Tommaso. Ventitre anni proprio all’uscita del giornale, l’attaccante dell’Hockey Milano Rossoblu prova a spiegare la sua filosofia. Niente fronzoli, tanta ambizione, praticità e la consapevolezza di aver fatto passi da gigante.

Rispetto all’anno scorso percepisce un miglioramento personale?

“Decisamente, è il mio obiettivo. Lavoro per migliorarmi sempre di più, ogni partita, ogni istante. Non solo tecnicamente ma, soprattutto, nella testa. Un fattore che fa la differenza”.

A differenza degli allenatori che lo hanno preceduto, che cos’ha Massimo Da Rin di diverso?

“È contemporaneo. È molto bravo tatticamente, per quello che ha successo sui giovani. Applica schemi molto moderni e noi giovani non abbiamo difficoltà a seguirlo. Il suo è un hockey che è riuscito a sorprenderci”.

Vi manca un vero “sniper”, un vero specialista. Come la mettiamo? L’Egna è avanti…

“Sì, è vero molti criticano la squadra per questo. Io, invece, dico che è un vantaggio. Manca uno che fa due tre gol a partita, ma da noi è il collettivo che fa la differenza. Nella nostra squadra chiunque fa gol, siamo abituati a questo. Le giro la domanda: se avessimo uno ‘sniper’ che fa vagonate di gol e quella volta non gioca come reagirebbe la squadra? Vede, credo che il nostro non sia un vero difetto, anche se davanti, a volte, facciamo fatica a segnare. L’Egna l’abbiamo già battuta. Ci manca più convinzioni in altre situazioni”.

Quindi come la mettiamo?

“È questione di mentalità. Le cose si aggiusteranno. Dobbiamo essere più ordinati quando usciamo dal terzo col disco. Dobbiamo cominciare dal primo passaggio a organizzare il giocare, senza fretta. Le ali devono salire in modo graduale. A volte per accelerare il ritmo ci troviamo squilibrati, poco lucidi e azioni che potremmo capitalizzare vanno in fumo. E poi rischiamo di prendere dei contropiedi inutili. La differenza, lo ripeto, è nella testa”.

Se lo dice lei…

“Ne sono convinto”.

Il Merano è la vostra bestia nera…

“Già, è strana questa cosa. Loro fanno un brutto hockey, ma è funzionale contro di noi. Loro hanno un gioco molto difensivo, poi gettano il disco in avanti e trovano anche buone chance. A volte in porta sembrano avere Hysek, con noi para tutto. È impressionante. Corsi para bene, non voglio togliere nulla a McKay, che mi pare un ottimo coach, ma è il nostro atteggiamento che deve cambiare contro di loro. Il Merano per tre quarti di gara gioca nel settore difensivo, noi creiamo una quantità industriale di ‘occasioni gol’ e loro vincono. Dobbiamo essere più tranquilli e le cose andranno molto meglio”.

Lei è giovanissimo ed è già capitano. Talis pater, tali filius…

“Me lo hanno detto che mio padre era forte. Quanta strada da fare…”.

Il suo obiettivo?

“La finale. Altro non dico. È vietato dire altro. Ma vogliamo la finale. Lì poi sarà un’altra storia”.


 

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