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Inter Chievo "gli Ospiti" 2 2014
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La donzelletta che vien dalla campagna

Giovanni Labanca                   I Romani lo hanno chiamato “Clivius mantici”, la collina del buon bosco mistico, per la sua posizione assolutamente privilegiata  come osservatorio militare, il villaggio che oggi conta meno di tremila anime e porta, con onore ultrasecolare, il nome di Chievo, alle porte di Verona, sotto il maestoso campanile campanaro di ben 9 campane  in scala musicale, con annessa Scuola per campanari. A parte i Romani e gli illustri altri ospiti che vi hanno soggiornato, compreso il terribile Federico Barbarossa, di questo bel lembo del circondario scaligero, esclusi gli abitanti, pochi conoscevano Chievo, fino a che un giorno, qui comincia  la storia, nel 1929 viene approntata una squadra di calcio con baldi giovani, arruolati rigorosamente dal vivaio paesano,  rifondata dopo il periodo bellico nel 1948. Gradino dopo gradino, ma senza soluzione di continuità, comincia la scalata a tutte le categorie del calcio, tanto da passare, soprattutto sotto la guida si Gigi Del Neri, dalle regionali alla seria A, senza mai fermarsi un attimo. Nasce il mito di questo borgo che, con orgogliosa determinazione, tipo scozzese, non si fa fagocitare dalla grande limitrofa città, ma difende la sua identità a denti stretti, tanto che, in campo sportivo soppianta l’Hellas e fa faville, seminando il panico, come un oggetto impazzito nei campionati disputati, tanto bene da arrivare fino ai preliminari di Coppa dei Campioni e Coppa Uefa, per la gioia del suo presidente Luca Campedelli . Questi, giovane ed entusiasta imprenditore del pandoro, assicurata una sana gestione economica, mette i suoi pupilli nella “ dolce” condizione di giocare senza patemi d’animo. E senza alcun timore si presenta a San Siro, in questo gelido ed inusuale lunedì, il Chievo-Verona, la donzelletta che vien dalla campagna. Non è tremula né svampita. È solo la fresca espressione di un territorio dove le polemiche non sono di casa, dove la gioia e la passione per un bel gioco sono  gli elementi del successo. Si presenta alla Scala del calcio (sempre in attesa di veri orchestrali) con 16 punti, che non le permettono una navigazione tranquilla in classifica, tanto da essere costantemente “tra color che son sospesi”, tra la A e la B,  allo stesso modo della Beneamata che, ora come ora,  dopo l’acuto fortuito del derby, torna anch’essa nello stesso girone  dantesco, con l’aggravante di essere tornata da Roma sempre più  simile ad una accozzaglia di poveri pellegrini smarriti che ad una ambiziosa squadra di pallone.  Lo sanno bene il mister ed i suoi giovani spavaldi del Chievo e, fra poco, scenderanno in campo con la convinzione di poter dare anche all’Inter una bella suonatina di campane, stordirla quanto basta ed assestarle un imprevedibile ma non impossibile K O. Nessuno ci scommetterebbe uno scellino, ma esperienza dopo esperienza e con la voglia di salvarsi, il colpo potrebbe riuscire alla simpatica donzelletta che vien dalla campagna.


 

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