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Milan Bologna "Giù al Nord di Fiore Marro"
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Settore giovanile, un futuro sbiadito

Fiore Marro            Mi è stato raccontato che una delegazione giovanile di una società abbastanza quotata del calcio italiano ha partecipato in Catalunya ad un torneo dove giocavano i pari età della Cantera del Barca . Lo stupore è stato sapere che il risultato finale dell’incontro è stato di 70 a 0. Sì, avete letto bene: 70 a 0, 40 gol presi dalla squadra A e il resto dalle riserve di questi. Alleno ed insegno calcio da qualche anno, mi toccano squadre di Juniores, Allievi e Giovanissimi. Devo, mio malgrado, testimoniare che la qualità e la predisposizione delle nuove leve è abbastanza scadente, per nulla qualitativa. Il problema non è solo mentale, soprattutto caratteriale. Forse non c’è più quella volontà di emergere e di sacrificarsi come una volta, probabilmente è per questo che i sostituti dei nostri ragazzi in serie A arrivano dall’Africa, dall’ Est Europa e dal Sud America, dove la fame e la ricerca di fama sono ancora fortemente presenti. Questa inversione di tendenza è frutto anche dell’atteggiamento dei procuratori che pur di guadagnare hanno aperto un eccessivo cursus esterofilo con il risultato di sostituire i nostri ragazzi nelle nostre squadre nazionali. Tanti piccoli motivi che, insieme, stanno rendendo il calcio italiano sempre meno forte, sempre meno intrigante, sempre meno competitivo. Pensate ai portieri ad esempio: nella tradizione italiana c’è stata una lunga fila di “numero uno” da Ragno Nero Fabio Cudicini, ad Enrico Albertosi, da Ivano Bordon al grande inimitabile Dino Zoff.  E ancora, Luciano Castellini, Walter Zenga , Stefano Tacconi e tanti altri fino a qualche tempo fa. Oggi ci sono portieri brasiliani a difendere le nostre porte, quando notoriamente i brasiliani mettevano in porta chi non sapeva giocare a calcio non chi sapeva parare: un esempio su tutti Valdir Peres che fu manna per Paolo Rossi al mondiale di Espana ’82. Negli anni 80, qui da noi, ad insegnare calcio, a Napoli, scese il maestro del tiro a “foglia morta” il grande Mario Corso: nel giro di poco tempo riuscì a sfornare dei buoni calciatori. Alcuni di loro si ritrovarono a far parte della squadra che vinse per la prima volta lo scudetto in Campania: Costanzo Celestini, Raimondo Marino, Ciro Muro, Luigi Caffarelli.  Insomma una buona nidiata, allevata nell’arco di pochissimi anni, quando si lavora seriamente tutto è possibile come in questo caso. Credo si debba invertire la rotta perché è vero che il mondo si va sempre più globalizzando ma sapere che in Seria A ci arriverà anche “Mariolino” che sto allenando o che allenerò domani o già ho allenato è un fatto che renderebbe felici e motiverebbe ulteriormente tanti altri ragazzini del Paese, che sognano ad occhi aperti di poter diventare come Cristiano Ronaldo. Il mio Napoli per esempio ha un solo napoletano in squadra, Lorenzo Insigne, il più bistrattato tra l’altro. Tra i titolari, poi, c’è un solo italiano, Christian Maggio. Per carità, niente di male: ma un minimo di appartenenza ad un luogo non dispiacerebbe, anzi darebbe l’idea che oltre ai colori anche gli uomini  hanno un’appartenenza territoriale. Nessuno vuole fermare naturalmente la globalizzazione ed il mondo in continua evoluzione, il mio non è un discorso settario. Sperò, però, che da noi non finisca la tradizione calcistica, quella che ha tirato fuori campioni venuti dai posti in cui si è da sempre fatto calcio: la chiesa, il campanile, il campetto sotto casa, la squadretta comunale, quella della scuola, sono stati da sempre parte della nostra vita quotidiana e da sempre è da queste realtà che sono venuti fuori i Cannavaro, i Totti, i Nesta, i Montella, i Pirlo ultimi brandelli di un calcio identitario che pare ora una chimera.  “Albertosi era amico di Zoff, Antognoni e Rivera, tutti insieme poi si misero a giocare con un palla di giornale. E poi Bettega, Riva, Boninsegna con Rossi che  in quel cortile senza prato noi facemmo un campionato e chi vinse ebbe una coppa di gelato”.


 

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