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L'Editoriale 7 2012
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L’Editoriale

di Beppe Vigani

   Il Milan riceve il Napoli: scontato dire che si affrontano due delle tre o quattro squadre che esprimono il gioco più bello. Sarà un match appassionato, che lascerà il segno a questo campionato. In verità questa stagione sta già vivendo un incubo da settimane, per colpa del Calcioscommesse. In un’intervista pubblicata su “La Repubblica”, Cristiano Doni, ex Sindaco di Bergamo (per i tifosi, ovviamente) ha fatto il j’accuse sulle sue malandrinate che gli hanno rovinato carriera e reputazione. Inquietanti le sue rivelazioni che, nonostante io sia avvezzo a qualsiasi tipo di burlesco avvenimento, vicissitudine o ventura, mi hanno reso più triste e pacato. Indignato, sicuramente, ma non arrabbiato: non certo contro il ripugnante “vizietto” di truccare le partite per un pugno di miserabili euro. Successe già una volta; i più attempati ricordano le auto della Polizia all’Olimpico di Roma con una retata che coinvolse un sacco di giocatori. Era il 1980. Altri tempi, la benzina non costava mille lire al litro, un chilo di pane costava addirittura meno e i calciatori non “prendevano” i soldi di oggi. Nell’intervista sul quotidiano romano, pubblicata sabato scorso, l’ex capitano dell’Atalanta sottolineava che i giocatori di Serie B sono più corruttibili perché, a parte qualche club che paga in modo soddisfacente, gli altri erogano briciole, anche ventimila euro all’anno. Ora, pensare che un calciatore venga catalogato professionista con uno stipendio del genere sa tanto di ridicolo. Il problema non è solo il Calcioscommesse, ma è il calcio in generale, la fasulla appartenenza di un settore, che sembra che paghi fior di milioni e, invece, è solo un mondo di apparenze e ipocrisie. Una caccia selvaggia in cui sono intrappolati i più deboli e, ahimè, i più poveri di spirito. Nessuno, però, punta il dito contro chi gestisce i club, autentici scannatoi, che sono legittimati continuamente dalla Federazione, la quale pensa a tutto tranne che salvaguardare la credibilità di uno sport sempre più in crisi. Quando si pensa al professionismo, bisognerebbe fare un viaggetto negli USA. Là è una roba seria, i rubagalline fanno altro, non certo presidenti di società o dirigenti. Nel paese a stelle strisce i club hanno gli stadi di proprietà, altrimenti non partecipano al campionato. Da noi è tutta una scommessa: solo la Juventus ha uno stadio personale (che poi è una sorta di comodato d’uso per 99 anni), mentre Inter e Milan neanche a parlarne. Stessa cosa vale per Roma, Lazio, Napoli e compagnia cantante. Bisognerebbe cominciare da qui a fare una riforma vera e audace e poi a pioggia andare a fare le pulci a società che non meritano alcun titolo sportivo. Altrimenti si rischia di arginare la questione, ma non di debellarla. Una cosa che a noi riesce molto bene.


 

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