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L'Editoriale 23 2012
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Morire a 25 anni per una partita di pallone

di Beppe Vigani

  “Quando non ho avuto più niente da perdere, ho ottenuto tutto. Quando ho cessato di essere chi ero, ho ritrovato me stesso. Quando ho conosciuto l'umiliazione, ma ho continuato a camminare, ho capito che ero libero di scegliere il mio destino”. Dedico queste bellissime parole di Paulo Coelho a Piermario Morosini, il giocatore del Livorno fulminato, a quanto pare dalla prima autopsia, da una malformazione genetica, sabato scorso a Pescara, nel match con gli abruzzesi. Hanno scritto tutto già i miei colleghi: è stato aperto anche un fascicolo dalla Procura della città adriatica per capire se vi sono responsabilità sul decesso dello sfortunato giocatore. Alcuni parlano di fatalità, altri di negligenza. Non sono né un cardiologo né il padrone del destino di alcuno, ma una domanda mi martella da una settimana a questa parte: “Chi muore a 25 anni per una partita di pallone?”. Una lunga lista di giocatori ha perso la vita sul campo di gioco: nel 1969 toccò a Giuliano Taccola. Ferruccio Mazzola (fratello di Alessandro Mazzola, grande bandiera dell’Inter degli anni ’60 e ’70) denunciò nel 2004 al settimanale L'Espresso alcuni fatti riguardanti l'abuso di sostanze dopanti da parte di calciatori allenati da Helenio Herrera (allora allenatore della Roma). La morte di Taccola è stata associata a quelle di altri atleti prematuramente scomparsi come, tra gli altri, Carlo Tagnin, Mauro Bicicli e Armando Picchi. Il tecnico argentino, seppur avvisato, utilizzò l’attaccante, che venne colto da un malore all'interno degli spogliatoi e nel giro di pochi minuti entrò in coma e si spense improvvisamente. Le cause della morte di Taccola furono misteriose, il ragazzo nel corso della stagione aveva sofferto di continue febbri, causate da un'infezione della quale i medici non sapevano dare alcuna spiegazione chiara. In mente, però, ho ancora quel tragico 1977: a febbraio Luciano Vendemini, cestista della Chinamartini Torino, stramazza al suolo, non aveva ancora 25 anni, e a ottobre, nel corso di Perugia-Juventus, tocca a Renato Curi a morire a soli 26 anni. Da allora è cambiato qualcosa? Roberto Mancini, quando Muamba, giocatore del Bolton, fece spaventare tutti cadendo a terra nel corso del match col Tottenham, disse che i controlli in Italia sono più accurati rispetto a quelli inglesi. In un paese di corrotti e corruttori come il nostro è difficile pensare che ci sia tutta questa accuratezza come afferma il Mancio, ma siccome ne conosco la sua onestà intellettuale, alzo le mani. E allora c’è dell’altro. La farmacologia ha fatto passi da gigante… Nel 1977, prima del match con la Juventus, Curi era dato per infortunato, si attese fino all’ultimo per farlo entrare. Un’iniezione di novocaina e via, il motorino marchigiano cominciò a girare come un forsennato. Dopo cinque minuti della ripresa, il suo cuore cessò di battere. Mi sono sempre chiesto se un calciatore professionista mangi come noi o metta nel loro cestino della merenda anche qualcos’altro che possa beneficiarne dal punto di vista del recupero fisico. I controlli semestrali, cui sono sottoposti i professionisti, dovrebbero essere fatti con più frequenza. La morte accidentale capita solo a uno su mille, a coloro i quali non hanno mai avuto problemi di cuore. È giusto non avere la cultura del sospetto, ma non ho mai creduto che nel calcio non ci sia doping. In uno sport che richiede continuamente la perfezione nella prestazione, è giusto stringere il cerchio. Mi dispiace, ma pane e salame sono sulla tavola degli impiegati e degli operai, già manager e dirigenti si montano la testa. Dimenticavo un buon bicchiere di vino rosso… Le morti premature devono fare riflettere sulle strane iniziazioni che si fanno in qualche situazione. La morte di Nello Saltutti (nel 2003), avvenuta all'età di cinquantasei anni a causa di un infarto, è al centro di un'inchiesta aperta nel 2005 dal Nucleo anti-sofisticazione dei carabinieri di Firenze, tesa ad accertare le effettive cause del decesso di alcuni giocatori della Fiorentina impiegati negli anni settanta, fra cui i difensori Ugo Ferrante (deceduto per un tumore alla gola) e Bruno Beatrice (morto di leucemia), cui sarebbero stati somministrati farmaci non idonei. Secondo la vedova di Beatrice la morte di Saltutti sarebbe da mettere in relazione con quella di suo marito, di Ugo Ferrante e di Giuseppe Longoni (morto per una vasculopatia cardiaca). Secondo la stessa vedova, anche le malattie di Adriano Lombardi (deceduto per il morbo di Gehrig), Massimo Mattolini (morto il 12 ottobre 2009 dopo aver subito un trapianto di reni), Domenico Caso (tumore al fegato), Giancarlo Antognoni (arresto cardiaco) e Giancarlo De Sisti (ascesso frontale) sarebbero da mettere in relazione al doping negli anni in viola. Nell'agosto del 2010, un altro calciatore della Fiorentina anni settanta, Giancarlo Galdiolo, si è gravemente ammalato di demenza frontale temporale. Un distinguo che non deve fare allontanare la mente dalla morte di Piermario Morosini. Visto quello che è successo negli ultimi tempi, rispetto ad anni fa, ora i calciatori muoiono come prima e più di prima. Si faccia qualcosa e se vi sono teste da tagliare si chiami Robespierre: potrebbe salvare la vita a tanti altri ragazzi.


 

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