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Inter Siena "Editoriale" 32 2012
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Vincere costa di più

Per conquistare i successi i campioni bastano se non c’è una rosa numerosa

 

 

E’ tornata la Champions insieme con l’Europa League e il calcio italiano in qualche modo è come se tornasse un po’ a scuola. Sono finiti i tempi in cui le nostre squadre erano annoverate tra le favorite (il Milan soprattutto), con giocatori nostrani di fama mondiale e stranieri che erano autentici funamboli: da Rivera a Mazzola, da Altafini a Suarez, da Platini a Falcao, da Van Basten a Mattheus, da Scirea a Baresi, da Baggio a Del Piero, senza passare da Zico e Maradona che nell’Europa che conta hanno potuto dire sempre poco (nonostante la Coppa Uefa vinta dai partenopei). Portiamo rispetto per il Bate Borisov piuttosto che per il Nordsjælland, perché, come stiamo ripetendo fino alla nausea, il calcio rispetto a qualche anno fa è cambiato, soprattutto geograficamente. Ora Milan e Juventus sono chiamate a fare miracoli (più i rossoneri in questo primo approccio europeo), poiché molte altre squadre sembrano più attrezzate anche se l’anno scorso e tre stagioni or sono Chelsea e Inter hanno fatto vedere che con un po’ di fortuna Davide può battere Golia-Barcellona. Certo, ciò può accadere anche in campionato, ma è un’impresa rara, soprattutto per chi non ha un organico ben nutrito. Una volta bastavano 13-15 giocatori per vincere due competizioni come campionato e Coppa Campioni, ora non più. In quest’epoca, le società che possono permettersi venti giocatori di ottimo livello, possono vincere anche senza avere il fuoriclasse. L’anno scorso il Chelsea ha trionfato in Champions con il solo Drogba di livello mondiale assoluto, anche se stagionato con le sue 34 primavere, la Juve ha vinto lo scudetto con Pirlo (giocatore unico, ma di 33 anni) e con ottimi giocatori (Vidal, Marchisio, Vuinic), ma che di certo non sono Zidane o Platini. Buffon (34 anni) ce lo invidiano in tanti, è vero, ma il punto da focalizzare è un altro: il rapporto qualità-forza lavoro, oggi molto più elevato rispetto a ieri. Anni fa, chi aveva i campioni vinceva più facilmente e chi non li aveva non vinceva affatto.  Negli anni Settanta la Lazio conquistò uno scudetto (‘74), ma aveva tra le proprie fila campioni come Chinaglia, Re Cecconi (la tragica fine gli tarpò le ali nel momento migliore della sua carriera), Wilson (un libero molto moderno per l’epoca), senza dimenticare Frustalupi, un regista con fosforo e con decine di chilometri nelle gambe, che ne facevano playmaker di grande valore. C’erano pochissimi stranieri e quelli che giocavano, erano avviati al tramonto.  Due stagioni dopo toccò al Torino vincere lo scudetto. Anche la squadra granata ebbe nel proprio organico giocatori di fama nazionale e internazionale. I gemelli del gol Graziani-Pulici, ad esempio, formavano un tandem straordinario. Poi Claudio Sala (chiamato ‘il poeta’, per il suo gioco elegante, fatto di dribbling e finte), Pecci, Castellini e Zeccarelli (titolare nella prima Nazionale di Bearzot). Lazio e Torino furono le due squadre a spezzare l’egemonia di quel decennio di Juventus (cinque scudetti), Inter (due) e Milan (uno, che gli valse la stella). Furono due casi estremi, dove erano gli italiani a spostare gli equilibri, a differenza degli anni antecedenti e successivi. Non erano le due squadre migliori tecnicamente, ma le rose risicate e l’assenza degli stranieri avvantaggiarono le cose, soprattutto se in possesso di buona organizzazione di gioco. La rosa di qualsiasi squadra era composta di sedici giocatori e non tutti calcavano il campo. Oggi, ciò non potrebbe accadere. Per questo è impossibile che chi si aggiudicherà il campionato non potrà più essere una Lazio o un Torino dell’epoca. Il futuro è di squadre come il Psg e il Manchester City, che hanno soldi a palate e che possono fare ciò che vogliono. Come disse il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau: “Il denaro che si possiede è strumento di libertà; quello che s’insegue è strumento di schiavitù”. Il calcio italiano l’ha imparato a proprie spese.


 

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